Purtroppo a causa dell'emergenza sanitaria ci siamo persi anche quest'anno la celebrazione storica che tradizionalmente avrebbe rievocato le imprese legate alla celebre Battaglia dell'Assietta, che avvenne il 19 luglio 1747. Un evento radicato nella memoria collettiva dei piemontesi e un’occasione per affermare l’identità piemontese, tutelare e valorizzare il patrimonio culturale, la lingua e le tradizioni subalpine.
Tratteggiamone i momenti salienti...
Era nel 1969 quando i primi appassionati iniziarono a salire a 2.566 metri per ricordare una delle pagine più importanti della storia del Regno di Sardegna e dell’Europa intera: la battaglia che il 19 luglio 1747 segnò la sconfitta della Francia e delle sue mire espansionistiche sul Piemonte. Tra coloro che idearono la rievocazione e la festa è indimenticabile la figura di don Rinaldo Trappo, che fu cappellano degli Alpini del 1° Reggimento in Grecia e in Russia, uscì vivo dall’inferno del Don e fu preso prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. All’Assietta Don Trappo celebrò per molti anni la Messa in lingua piemontese, mentre il compianto generale Guido Amoretti curò per altrettanti anni la ricostruzione storica della battaglia del 1747.
La battaglia del Colle dell’Assietta, nel quadro della Guerra di Successione Austriaca, avvenne il 19 luglio 1747, dopo una lunga serie di schermaglie tra francesi e piemontesi. Prevedendo le mosse del nemico, che già dal maggio 1747 stava concentrando truppe a Guillestre, nel Delfinato, in vista di un’invasione da condurre attraverso il Monginevro, il re di Sardegna Carlo Emanuele III decise di far approntare un campo trincerato sull’Assietta, brullo pianoro a oltre 2500 metri d’altezza, che costituiva un passaggio obbligato per gli eserciti che volessero penetrare in Piemonte da occidente sin da quando le alte valli della Dora e del Chisone, vigilate dalle postazioni forticate di Exilles e Fenestrelle, erano passate in mano sabauda (con il trattato di Utrecht del 1713). I piemontesi affidarono il comando al Tenente generale Giovanni Cacherano, Conte di Bricherasio, che si avvalse anche dell’apporto delle milizie valdesi del Pinerolese e dell'alta Val Chisone, mentre quattro battaglioni austriaci, guidati dal Generale Colloredo, arrivarono all’ultimo a rinforzo delle posizioni. I piemontesi si disposero a semicerchio alla Testa dell’Assietta (detta anche della Butta) e sulla vetta del Gran Serin, ed attesero l'assalto dei francesi, che fu lungo e violento. Grazie all’eroica Compagnia Granatieri del 1° battaglione delle Guardie ed alla Compagnia Granatieri del Reggimento Provinciale di Casale i nemici vennero fermati. I francesi, dopo aver rimpiazzato i combattenti in prima linea con truppe fresche, continuarono nell'assalto. I granatieri piemontesi, anche se privi di munizioni, li attaccarono facendone strage. Al tramonto l'esercito francese, ormai esausto, si ritirò dal campo di battaglia, lasciandosi dietro 5.300 soldati, 439 ufficiali, tra cui due generali, cinque brigadieri e nove colonnelli, mentre i piemontesi persero solo sette ufficiali e 185 soldati e gli austriaci due ufficiali e 25 soldati.
In questo contesto si inserisce la leggendaria vicenda che diede origine al celebre appellativo "Bogia Nen" dato ai piemontesi e che vide coinvolto il valoroso soldato Paolo Novarina Conte di San Sebastiano, cui era stato affidato il comando del Primo Battaglione Guardie, attestato alla Testa dell’Assietta, dove sorgeva la Ridotta della Butta. Di fronte all’impeto dei battaglioni francesi, il conte Giovanni Battista Cacherano di Bricherasio, comandante delle forze sabaude, temendo di non poter più sostenere lo sforzo de’ nemici, mandò l’ordine al conte di San Sebastiano di abbandonare la Testa dell’Assietta e di venirlo a raggiungere con i suoi soldati. Paolo Novarina per ben tre volte si rifiutò di ritirarsi dalla sua posizione troppo esposta, replicando con sprezzo del pericolo che in faccia al nemico le Guardie non possono volgere le spalle ed aggiungendo, secondo tradizione, la frase “Noiàutri i bogioma nen da sì”, che risuonò di bocca in bocca tra i soldati piemontesi incitandoli alla strenua resistenza, sino alla capitolazione definitiva degli attaccanti.




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