martedì 1 ottobre 2019

I 1000 volti di Lombroso. Al Museo del Cinema esposte 340 tra fotografie e reperti dall'Archivio del Museo di Antropologia Criminale "Cesare Lombroso"


Perfettamente in linea con la mostra “#FacceEmozioni” in corso fino al 6 gennaio 2020, il Museo Nazionale del Cinema di Torino presenta ora “I 1000 volti di Lombroso”, esponendo 305 fotografie che dialogano con 13 disegni, 2 manoscritti, 11 libri e vari oggetti provenienti dal ricco fondo conservato presso il Museo Lombroso di via Pietro Giuria 15 a Torino.

Queste immagini escono per la prima volta dalla sede originaria, in parte restaurate per l'occasione, per narrare dello stretto rapporto tra scienza e fotografia sul finire del XIX secolo; il celebre medico ed antropologo di origini veronesi, trasferitosi a Torino nell'ultima parte della sua vita, le utilizzò copiosamente per documentare i volti di soggetti emarginati. Le fotografie, scattate da professionisti, vennero da lui utilizzate sia in ambiti di ricerca che nella didattica. Le prime risalgono agli anni successivi al 1860, quando Cesare Lombroso era direttore del manicomio di Pesaro, e sono essenzialmente dedicate agli studi sui malati psichiatrici . Quelle più recenti si rifanno al periodo torinese, fino al 1909, e sono inerenti al brigantaggio ed al delitto politico. Non mancano ovviamente quelle inerenti alla sua celebre teoria sull'atavismo (presto confutata) e sulle donne delinquenti. 

La mostra, curata da Cristina Cilli, conservatrice e responsabile dell'archivio museale, da Nicoletta Leonardi, storica dell'arte e docente all'Accademia Albertina, da Silvano Montaldo, direttore scientifico del museo e da Nadia Pugliese, borsista di ricerca presso l'archivio, è articolata in cinque sezioni. Quella introduttiva espone una selezione delle diverse tipologie di fotografie raccolte da Lombroso, una macchina fotografica, uno stereografo per il disegno del profilo del cranio, una maschera mortuaria in cera di un detenuto e vari scritti e ritratti. Le decine di immagini di detenuti e malati psichiatrici vennero utilizzate da Lombroso per lo studio dei volti e dei tatuaggi, che lo convinsero a formulare la teoria del delinquente atavico, riconoscibile per le fattezze corporee. 

La seconda sezione è dedicata al brigantaggio, al delitto politico ed alla criminalità minorile. Alcune foto ritraggono bambini senza fissa dimora scattate a Cagliari fra il 1898 e il 1903. Altre immortalano anarchici e rivoluzionari, come Anna Kuliscioff, rivoluzionaria in Russia e femminista in Italia. 

La terza sezione riguarda la donna delinquente, narrata attraverso foto di crani di prostitute, interni di bordelli e carte de visite di delinquenti russe. Lombroso e il suo futuro genero, Guglielmo Ferrero, pubblicarono un trattato che criminalizzava la prostituzione additandola come la forma di delinquenza più tipicamente femminile, contrastando le teorie del momento che vedevano proprio nelle donne un freno al dilagare dei delitti.

Nella quarta sezione si parla di criminologia, razzismo e omosessualità. Documentando chiaramente il nesso fra criminologia e razzismo, si possono osservare immagini e foto segnaletiche di criminali aborigeni australiani, cubani, egiziani, ebrei, russi e tedeschi affiancati a quelle di pederasti, pervertiti, saffiste e terzo sesso. 

L'ultima parte del percorso espositivo è dedicato alla fotografia segnaletica e alla polizia scientifica. Fu infatti proprio Lombroso a consigliare per la prima volta nel 1886 l'applicazione delle scienze nelle indagini poliziesche. E fu Salvatore Ottolenghi che nel 1895 introdusse in Italia le nuove tecniche investigative comprendenti l'uso delle fotografie accanto al segnalamento descrittivo. 



Nessun commento:

Posta un commento