Perfettamente in linea con la mostra “#FacceEmozioni” in corso fino al 6 gennaio 2020, il Museo Nazionale del Cinema di Torino presenta ora “I 1000 volti di Lombroso”, esponendo 305 fotografie che dialogano con 13 disegni, 2 manoscritti, 11 libri e vari oggetti provenienti dal ricco fondo conservato presso il Museo Lombroso di via Pietro Giuria 15 a Torino.
Queste
immagini escono per la prima volta dalla sede originaria, in parte
restaurate per l'occasione, per narrare dello stretto rapporto tra
scienza e fotografia sul finire del XIX secolo; il celebre medico ed
antropologo di origini veronesi, trasferitosi a Torino nell'ultima
parte della sua vita, le utilizzò copiosamente per documentare i
volti di soggetti emarginati. Le fotografie, scattate da
professionisti, vennero da lui utilizzate sia in ambiti di ricerca
che nella didattica. Le prime risalgono agli anni successivi al 1860,
quando Cesare Lombroso era direttore del manicomio di Pesaro, e sono
essenzialmente dedicate agli studi sui malati psichiatrici . Quelle
più recenti si rifanno al periodo torinese, fino al 1909, e sono
inerenti al brigantaggio ed al delitto politico. Non mancano
ovviamente quelle inerenti alla sua celebre teoria sull'atavismo
(presto confutata) e sulle donne delinquenti.
La mostra,
curata da Cristina Cilli, conservatrice e responsabile dell'archivio
museale, da Nicoletta Leonardi, storica dell'arte e docente
all'Accademia Albertina, da Silvano Montaldo, direttore scientifico
del museo e da Nadia Pugliese, borsista di ricerca presso l'archivio,
è articolata in cinque sezioni. Quella introduttiva espone una
selezione delle diverse tipologie di fotografie raccolte da Lombroso,
una macchina fotografica, uno stereografo per il disegno del profilo
del cranio, una maschera mortuaria in cera di un detenuto e vari
scritti e ritratti. Le decine di immagini di detenuti e malati
psichiatrici vennero utilizzate da Lombroso per lo studio dei volti e
dei tatuaggi, che lo convinsero a formulare la teoria del delinquente
atavico, riconoscibile per le fattezze corporee.
La seconda
sezione è dedicata al brigantaggio, al delitto politico ed alla
criminalità minorile. Alcune foto ritraggono bambini senza fissa
dimora scattate a Cagliari fra il 1898 e il 1903. Altre immortalano
anarchici e rivoluzionari, come Anna Kuliscioff, rivoluzionaria in
Russia e femminista in Italia.
La terza
sezione riguarda la donna delinquente, narrata attraverso foto di
crani di prostitute, interni di bordelli e carte de visite di
delinquenti russe. Lombroso e il suo futuro genero, Guglielmo
Ferrero, pubblicarono un trattato che criminalizzava la prostituzione
additandola come la forma di delinquenza più tipicamente femminile,
contrastando le teorie del momento che vedevano proprio nelle donne
un freno al dilagare dei delitti.
Nella quarta
sezione si parla di criminologia, razzismo e omosessualità.
Documentando chiaramente il nesso fra criminologia e razzismo, si
possono osservare immagini e foto segnaletiche di criminali aborigeni
australiani, cubani, egiziani, ebrei, russi e tedeschi affiancati a
quelle di pederasti, pervertiti, saffiste e terzo sesso.
L'ultima
parte del percorso espositivo è dedicato alla fotografia segnaletica
e alla polizia scientifica. Fu infatti proprio Lombroso a consigliare
per la prima volta nel 1886 l'applicazione delle scienze nelle
indagini poliziesche. E fu Salvatore Ottolenghi che nel 1895
introdusse in Italia le nuove tecniche investigative comprendenti
l'uso delle fotografie accanto al segnalamento descrittivo.



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