La
Fusion Art
Gallery -
Inaudita
dal 7 al 28 marzo presenta la SECONDA
mostra personale di Valeria Dardano,
a cura di Barbara Fragogna. Nata a Catanzaro nel 1993, si è
specializzata nel 2017 in scultura presso l'Accademia Albertina di Belle Arti
e vive e lavora a Torino.
La mostra dal titolo VALERIA DARDANO ECHOES è parte dei circuiti COLLA,
NEsxT e ContemporaryArt Torino e Piemonte.
L’inaugurazione
è prevista per sabato 7 marzo ore 19.
Condivido
con voi le parole della curatrice e dell’artista che meglio di chiunque altro
sono in grado di raccontare l’impressione e le sensazioni evocate dall’osservazione
delle opere, nonché il significato nascosto dietro la loro simbologia, il cui fine
è quello di preparare il visitatore ad
una più attenta fruizione.
Di ritorno
Barbara
Fragogna
“Intontito, apatico, come un cane bastonato, roso
interamente dall'inquietudine, non sapevo dove starmene.” – Alfred Kubin, L’altra parte.
Il
rifrangersi dell’Eco penetra le membrane, le sue onde increspano la pelle del
pensiero come un asteroide che trapassa l’atmosfera. È una reazione di rimando
al testo di Valeria Dardano che accompagna l’opera esposta. Non servirebbe
altro. Il mio contributo non può che essere un ritorno “sentimentale”, un
effetto specchio onesto e dedicato. Ma lo specchio è incrinato, cala l’ombra
delle circostanze, il soggettivo assoluto commenta ad alta voce una necessità
sepolta: ribellarsi al resiliente. Assorbire un urto senza rompersi, superare
un trauma, la difficoltà. Si, ma.
Ma
il marchio, cicatrice, traccia, il grumo duro, rappreso, ostile che lascia
segnato un monito non è sempre indice di forza, coraggio, caparbietà. Spesso,
di necessità e in virtù, rispondiamo alla chiamata eroica dello stoico, lo
stato attuale ci arruola nell’esercito dei guerrieri deboli di mente, in
mentite spoglie appunto. Ribellarsi al resiliente e dichiararne il fallimento,
non temerlo, trasformarlo in arma e stimolo all’attacco. Appoggiarsi a un palo
e prendere fiato. Guardare in basso, tra i sassi, una zolla di terra cruda,
metterla in bocca e contagiarsi di niente. Non avere paura del fiato. Avere
paura delle frustate dritte in faccia, piuttosto. E reagire anche da fermi.
Nei
lavori di Valeria rimangono le tracce di vortici intimi e di terremoti sociali.
Intrappolati negli schemi di rigide cornici nere, grigie, la fragilità del
vetro, la vulnerabilità del plexiglas imprigionano nel controsenso il
contrasto, imbrigliano una volontà prorompente che in questo momento si
cristallizza immobile, ma solo dopo uno sforzo violento, un’azione truce, una
scalpellata temeraria e robusta. La prigionia non è resa. È la stasi esteriore
del brulichio intellettuale. L’ostinato
rancore del gesto sbaglia corregge corrode e imprime.
Le
geografie di matrici, gusci, non opere, scavi, isole di cemento sottosopra,
contenitori di pozze alchemiche, liquame nero, brodaglia ancestrale,
esperimento vitale. Nella potenza del calco le pieghe dell’azione. Nella nervosa
tesa e scarna massa fisica il desiderio di rivalsa. Scavati dall’evento stesso,
si adagiano i corpi al suolo, si appendono sedimenti cuticolari al muro. Tra i
sottili strati della sperimentazione muscolare (l’archeopatologia del
presente), fossilizzeranno gli intenti?
Valeria
Dardano
Mappe
organiche di reminiscenze compresse tacciono, in attesa di essere osservate,
indagate nel buio riflesso di un'ombra. L'eco tra le montagne risuona, si
trasforma in immagini sfocate, reduci di visioni notturne perdute con la luce
di un pallido mattino.
Le
geografie del nostro essere sono occulte, vagamente interpretabili nei sogni,
giacciono su letti di stasi, lievi movimenti le caratterizzano, come la
formazione di un ecosistema inconscio crescono pian piano. Lo sguardo si perde
e scompare, vaga nel labirinto di una via lattea di materia. Follicoli di
pietra respirano, appannano il vetro che li cattura, custodendoli.
Il
passato è intrappolato, è un simulacro di ciò che si è smarrito nel corso del
tempo. Un insieme di particelle organiche, stellari, cosmiche, perdono la loro
matrice, unico esemplare di un presente statico, falsato e al sicuro, sotto
teca. Non tutto è avvicinabile, a noi spetta la superficie, il segreto più
intimo è ormai scomparso, diviene accessibile soltanto attraverso un filtro che
sfasa la percezione, compresso in se stesso. Un labirinto di contorni,
perimetri di un niente materiale, di una traccia scomparsa, sta a noi indagare,
immaginare il corso del suo processo metamorfico.
Quello
che resta è solo un segno evanescente, un fantasma, uno spettro di qualcosa
prima di noi, visibile solo nelle notti più oscure, nessuno ricorda i loro
nomi. Ed è allora che risuonano gli echi, le scie di un futuro già vissuto.
Un
plumbeo rintocco muove le superfici, scandendo il tempo, quasi a ricordarci la
nostra effimera e transitoria presenza su queste terre. La caducità del tempo
muove il suo trascorrere lento, nell'oscura immagine che sfoca il riflesso
delle nostre anime nere, perdute in acque oscure, in fondali impenetrabili che
restano immobili sotto la superficie.
I
bacini dei laghi più profondi accolgono sedimenti depositati lungo
l'accavallarsi di mille lune, crescenti, calanti e poi buie e nere. Ogni sera
le stelle raccontano secoli di storia, se solo le sapessimo ascoltare, se solo
ne avessimo il tempo. Il nero di una notte non svanisce con le luci dell'alba,
si disperde nell'infinità del cielo tingendolo per sempre.
Strati
su strati di materia, di storie infinite, tessute in fredde pareti che recintano
strade sconosciute, lontane, figlie di tempi ormai perduti, urlano la loro
silenziosa sovrapposizione, mutano nel tempo e non danno spiegazione. In un
arcipelago di energie meditative compiono il loro ciclo, sedimentando e
maturando la loro autocostruzione. Come salme appese attendono assorbendo
sguardi inquisitori.
Quel
che resta non è altro che un bagliore sbiadito, incastrato in pavimenti di
cemento. Castelli di sagome circondano la nostra esistenza, non c'è niente di
più effimero di un ricordo a occhi chiusi.
Il
lavoro spia i segreti che la materia nasconde, rende visibile soltanto l'effetto finale, la sua ultima faccia,
occulto è il trascorso, il percorso che ogni essere affronta per divenire ciò
che è, risultando, dunque, come un'eco lontano, percepito attraverso filtri su
filtri e deviato infine dalle proiezioni che il soggetto inconsciamente ricerca
in quel che vede.
Ogni
elemento è il risultato di un processo invisibile, dove la superficie segrega
l'essenza.
Mostra
Titolo:
ECHOES
Artisti:
Valeria Dardano
Luogo:
Piazza Peyron, 9g, 10143 Torino
A
cura di: Barbara Fragogna
Inaugurazione:
sabato 7 marzo 2020 dalle ore 18
dal
giovedì al sabato dalle 16 alle 19.30 e su appuntamento
info.fusionartgallery@gmail.com

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