martedì 19 marzo 2024

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo presenta dal 19 marzo le nuove mostre "Fly on the Wall" di Danielle McKinney, "Isthmus" di Mohammed Sami, "Je Vous Aime" di Diana Anselmo e "What the Owl Knows" di The Otolith Group


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Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dal 19 marzo, presenta le mostre "Fly on the Wall" di Danielle McKinney, "Isthmus" di Mohammed Sami, "Je Vous Aime" di Diana Anselmo e "What the Owl Knows" di The Otolith Group, tutte con inaugurazione il 19 marzo, h. 19.

- Dal 19 al 13 ottobre, “Isthmus”, la prima personale in Italia di Mohammed Sami (Baghdad, 1984).

La mostra presenta un nuovo ciclo di dipinti, realizzati dall’artista per questa occasione.

In tutta la sua ampia produzione, Mohammed Sami si è concentrato sull'esplorazione del rapporto tra pittura contemporanea e memoria episodica. L'esperienza di ciò che l’artista chiama thereness, la sensazione di essere momentaneamente e inconsapevolmente spinti – spesso attraverso una sensazione – in un luogo della propria mente che non è "qui", ma altrove, è al centro dei lavori di Sami, che attingono dalla sua esperienza di migrazione e alla persistenza degli effetti di tale evento traumatico sulla sua soggettività. Affinando l'uso di varie capacità tecniche, tra cui la composizione e l'inquadratura, il colore, la texture e la titolazione, Sami cerca di spingere il potenziale della pittura contemporanea di evocare atmosfere specifiche senza inserire nulla di esplicito o diretto. I dipinti presentano spesso composizioni volutamente stridenti: sempre disabitati, le inquadrature rivelano solo dettagli parziali di una scena, dove composizione, colore, texture, luce e ombra assumono un ruolo centrale. Attraverso la convergenza di questi diversi elementi, emergono domande su come impressioni e stati d'animo si traducono in memoria episodica.

Isthmus”, richiama il concetto di istmo, un luogo che separa due cose. In arabo, quest’idea è incorporata nel termine Barzarkh, che denota la separazione tra il mondo dei viventi e ciò che viene dopo, simile al concetto cristiano di purgatorio. Il titolo della mostra suggerisce la sensazione inquietante dello stare in bilico, lasciati in sospeso, in un limbo. Questo stato d'animo è presente, in modo diverso, in tutti i dipinti: nulla è mai esplicitato, ma il conflitto sembra celarsi sotto la superficie di ogni opera, ciascuna con un carattere e un'ambientazione indipendente.

Aggiungendo un'ulteriore complessità al suo vocabolario pittorico, la pennellata di Sami si espande fino a materiali di uso quotidiano mescolati alla pittura, come sabbia e vernice spray. Anche dal punto di vista compositivo, le opere evocano atmosfere inquiete e frammentarie: i punti di vista sembrano o troppo vicini – mostrando solo i dettagli e senza profondità di campo – o oscurati dall'ombra – con ampie sezioni della tela annerite – lasciando così nell’osservatore un inquietante presentimento di trovarsi da qualche parte nel mezzo; non del tutto né qui né là.

Mohammed Sami è nato a Baghdad nel 1984, nel 2007 è emigrato in Svezia e oggi vive e lavora a Londra. Nel 2023, i suoi lavori sono stati esposti in una mostra personale al Camden Art Center, Londra (UK), poi ospitata al De La Warr Pavilion, Bexhill-on-Sea. Sami ha inoltre preso parte a numerose esposizioni collettive, tra cui: the Carnegie Museum of Art, Pittsburgh (2022); Aichi Triennale (2022); the Whitechapel Gallery, London (2022); the Hayward Gallery, London (2021); and Towner Eastbourne (2020). I suoi dipinti fanno parte delle collezioni pubbliche di Tate, Londra; Museum of Modern Art, New York; Moderna Museet, Stoccolma; Carnegie Museum of Art, Pittsburgh; LACMA, Los Angeles; Museum Boijmans van Beuningen, Rotterdam.

- Dal 19 marzo al 13 ottobre, “Je Vous Aime”, prima mostra personale di Diana Anselmo, artista e performer Sordo.

Je Vous Aime” costituisce il nuovo capitolo di un più ampio progetto avviato nel 2023 con l’omonima lecture-performance, concepita da Anselmo in collaborazione con Sara Pranovi, interprete LIS (Lingua dei Segni Italiana). Il progetto espositivo nasce come esito di una ricerca storica sviluppata in differenti archivi e realizzata a Torino in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema e a Parigi con l’Institut National des Jeunes Sourds e l’Istituto Italiano di Cultura a Parigi. “Je Vous Aime” è una indagine sulla relazione tra il pre-cinema e la storia di oppressione della comunità Sorda. La ricerca attraversa lo scenario di fine XIX secolo, un periodo storico governato dai campi della psicologia medica, dell’antropologia evoluzionistica e della patologizzazione dei corpi non normativi. Nel 1880 il Congresso di Milano, incontro internazionale volto a stabilire il futuro dell’educazione delle persone sorde, sancisce il primato della lingua orale e abolisce su scala europea le lingue dei segni. Gli effetti di questa risoluzione sono drastici e prolungati per la comunità Sorda: le scuole verranno riconvertite in esclusivamente oraliste, costringendo la lingua dei segni a tramandarsi di nascosto, lontano dallo sguardo dei maestri. In Italia, la LIS verrà riconosciuta come vera e propria lingua solo a partire dal maggio 2021. In questa cornice storica, nel 1891, quattro anni dalla première dei fratelli Lumière, Georges Demenÿ realizza Je Vous Aime, la prima proiezione cronofotografica di sempre. L’immagine sul muro, incerta e poco illuminata, ritrae per meno di un secondo il volto dello stesso Demenÿ nell’atto di pronunciare la frase “Je vous aime”. La pellicola sancisce un momento fondamentale per la storia della cinematografia, ma, al tempo stesso, rappresenta un primo impiego coercitivo di questa tecnologia ai danni delle persone sorde. Il film di Demenÿ è infatti commissionato da Hector Marichelle, principale promotore all’Institut National des Jeunes Sourds del “trattamento” della sordità con tecniche fonetiche e visuali. In un contesto ideologico che considera la sordità una malattia e la lingua dei segni il suo sintomo più visibile, il primo film della storia nasce con il dichiarato intento di addestrare lə bambinə sordə a leggere il labiale e a imparare a parlare. “Je Vous Aime” ripercorre la stretta relazione tra la nascita del cinema e le politiche abiliste ed audiste, tracciando un invisibile filo di continuità tra il controllo dei corpi del secolo scorso e il perdurare dell’esclusione sociale della comunità Sorda oggi. Diana Anselmo espone e manipola immagini e documenti d’archivio dell’Institut National des Jeunes Sourds, in dialogo con una nuova produzione video, realizzata attraverso il visual sign. Forma poetica propria delle lingue dei segni, il visual sign attiva la componente visiva e immaginifica della comunicazione, attraverso una meticolosa costruzione fisica di immagini. Alternando storia ufficiale a storie minori, “Je Vous Aime” rappresenta una partitura e un canto visuale per l’emancipazione della comunità Sorda.

Diana Anselmo è performer ed autore Sordo, attivista ed essere umano improvvisato. Bilingue LIS e Italiano, durante il percorso magistrale in Teatro e Arti Performative esordisce con la sua prima performance “Autoritratto in 3 atti” (2021), tutt’ora presentata in vari festival italiani e non (DIS_Festival - Serbia, ORME Festival - Svizzera, Culturgest - Portogallo). All’estero esordisce a Berlino, performando con artisti del calibro di Xavier Le Roy in "Le Sacre du Printemps (2022)”. È tra i fondatori di Al.Di.Qua. Artists, prima associazione in Europa di e per artist* con disabilità, per cui ha partecipato come speaker in vari Festival europei (IntegrART - Svizzera, DansFunk - Svezia, Holland Dance Festival - Olanda). È accessibility manager del Festival Oriente Occidente e di Spazio Kor, con focus specifico sulla comunità Sorda; fra le varie cose, membro più giovane del Cultural Advisory Board del British Council.

- Dal 19 marzo al 13 ottobre, Fly on the Wall, prima mostra personale in Italia di Danielle McKinney (1981, Montgomery, Alabama, USA).

La mostra propone un ciclo di dipinti realizzati appositamente dall’artista per questa occasione, insieme a una ristretta selezione di lavori già esistenti. Nel mondo anglosassone, la frase “fly on the wall" (mosca sul muro) è spesso utilizzata come metafora per descrivere l’osservazione di una determinata situazione senza che il soggetto sia notato o coinvolto. Questo implica l’abilità di assistere a eventi e conversazioni nella maniera più autentica, senza filtri, offrendo prospettive e visioni uniche di ciò che avviene a porte chiuse. Essere una “mosca sul muro”, un osservatore invisibile del comportamento umano, permette di acquisire conoscenze e comprensioni preziose. La pratica di McKinney ha origine nell’esplorazione del soggetto femminile. Formatasi come fotografa, l’artista ha dipinto fin da bambina, assumendo la pittura come medium principale del suo lavoro nel 2020, anche se gli elementi fotografici continuano a influenzare la sua pratica. L’artista costruisce le sue composizioni da una tela completamente nera, dando vita a scene che emergono dall'oscurità in chiaroscuro. Punto di partenza per le sue immagini sono spesso fotografie trovate online, nelle riviste, e, soprattutto, in altri dipinti, che McKinney utilizza per analizzare le sfumature di gesti, colori e forme, rivisitando in chiave contemporanea la tradizione della pittura da modello. Le immagini trovate di soggetti e di interni sono poi assemblate per creare una nuova immagine. L’artista ci espone a momenti privati e meditativi. Le figure, esclusivamente nere e femminili, ritratte in primo piano in placidi interni domestici, custodiscono momenti di solitudine. Catturate in momenti di introspezione, svago o riposo con lirismo pittorico, non si accorgono della mosca, la stessa artista o forse il pubblico che le osserva. L’inconsapevolezza della sua presenza è riflessa nella spontaneità di sentimenti e movimenti, complici del senso di sicurezza e protezione che si prova nell’intimità dei propri spazi. Sono le donne e la loro energia ciò che attira realmente lo sguardo dell’artista: sia che dormano o fumino, che siano sedute o sdraiate, esse trasmettono un senso di libertà, aprendo opportunità per infiniti filoni narrativi. Le composizioni atmosferiche delle tele, elettrizzate da profonde sfumature di blu, verdi e giallo e ocra e da ombre vivaci per esaltare gli stati d'animo e le emozioni dei soggetti ritratti, hanno una forza di attrazione magnetica, consentendo a chiunque entri negli spazi, soggetti ritratti o spettatorə, di sentirsi a proprio agio.

Danielle McKinney ha conseguito un BFA all'Atlanta College of Arts nel 2005 e un MFA alla Parsons School of Design nel 2013. Le sue opere di Mckinney presenti in numerose collezioni museali, tra cui l'Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Washington DC; il Dallas Museum of Art, Dallas, TX; il Philadelphia Museum of Art, PA; lo Studio Museum in Harlem, New York, NY; e il Museum of Fine Arts, Houston, TX. Il suo lavoro è stato presentato in numerose mostre collettive, tra cui When We See Us: A Century of Black Figuration in Painting, Zeitz Museum of Contemporary Art Africa, Città del Capo(2023); IN A DREAM YOU SAW A WAY TO SURVIVE AND YOU WERE FULL OF JOY, The Contemporary Austin, TX (2022); e Black Melancholia, Hessel Museum of Art, Bard College, Annandale-on-Hudson, NY(2022). McKinney vive e lavora a Jersey City, NJ. L’artista è rappresentata da Marianne Boesky Gallery and Galerie Max Hetzler.

- Dal 19 marzo al 2 giugno, What the Owl Knows, la mostra personale di The Otolith Group, che prende il nome dall’opera video più recente del duo artistico. 

La pratica post-cinematografica di Kodwo Eshun e Anjalika Sagar è informata da un'attenzione a un'estetica saggistica che prende la forma di una fantascienza del presente che cerca di drammatizzare le catastrofi interscalari del Capitalocene razziale. Con l’obiettivo di riconfigurare le relazioni intertemporali tra passato, presente e futuro, la ricerca di The Otolith Group trae spesso origine dalle opere esistenti di compositori, produttori, musicisti, poeti, teorici e pittori. L'approccio al suono di figure come Julius Eastman, Codona, Drexciya, Etel Adnan, Una Marson, Denise Ferreira da Silva e Rabindranath Tagore implica una pluralità di metodi artistici per ripensare la forza, la massa e il movimento delle immagini. Questo modo di sentire attraverso i media permette a Eshun e Sagar di visitare e rivisitare una pratica sonora di creazione delle immagini che invita il pubblico ad ascoltare il video come una coreografia di immagini in movimento, e a incontrare il presente come un'esperienza storica proiettata dall'orizzonte di un futuro atteso.

What the Owl Knows nasce da un'amicizia duratura tra la pittrice e scrittrice Lynette Yiadom-Boakye, Sagar ed Eshun. L'ammirazione reciproca tra lə tre londinesi costituisce il presupposto per un'opera che mira ad affermare le affiliazioni oblique all'interno, tra e attraverso i media. I documentari tradizionali e la televisione contemporanea, così come i musei e le gallerie, tendono a ricercare le motivazioni dell’artista in quanto figura pubblica, per restituire un approfondimento psicologico. Al contrario, si può dire che il lavoro di Eshun e Sagar sia motivato dal desiderio di frustrare la richiesta di spiegazioni biografiche da parte delle istituzioni: all'imperativo biografico che caratterizza le storie dell'incontro del cinema con la pittura What the Owl Knows sostituisce una prospettiva nuova.

L’opera mette in sintonia il pubblico con il tono e la consistenza dell'attenzione che la pittrice Lynette Yiadom-Boakye dedica al contegno e alla disposizione, al modo e agli stati d'animo dentro e fuori i suoi dipinti. What the Owl Knows mira a disarticolare il lavoro della pittura. Si compiace di ciò che non rivela. Si sofferma sui dettagli, si attarda sui frammenti e si affatica nel lavoro negativo di scomposizione dell'accumulo incrementale del processo compositivo. Studia Yiadom-Boakye come studia sezioni specifiche all'interno di una tela di cui non possiamo vedere l'estensione, pondera la sua prossima mossa, soppesa la gravità delle cromaticità adiacenti e registra il mutevole equilibrio delle forze cromatiche.

Ciò che anima l'opera è l'ambizione di spostare lo sguardo dalla pittrice, in quanto oggetto di attenzione, alla qualità dell'attenzione che la pittrice dedica alla pittura. What the Owl Knows aspira a una poetica della ricorsività, in cui il pubblico presta attenzione ai modi in cui il video digitale presta attenzione ai modi in cui la pittrice presta attenzione a ciò che dipinge. La struttura ricorsiva duetta con una serie di scene in cui Yiadom-Boakye appare come una figura singolare, una silhouette alla luce del sodio, non sottomessa alla telecamera, che circumnaviga zone selvagge della Londra urbana, scelte per un motivo specifico ma non rivelato. Mentre Yiadom-Boakye legge le sue poesie, ognuna delle quali è stata riconcepita per e dal video, una ristretta economia di espressionismo introspettivo si impossessa della messa in scena.

Sospendere la richiesta di spiegazioni da parte del cinema documentario apre un abisso di significato che consente di enfatizzare lo stato di intimità e di implicazione attraverso il ricorso del video alla drammaticità anomala del linguaggio poetico. L'oscillazione tra l'intimità degli interni dello studio e la drammaticità dell'ambientazione esterna assume la struttura di un sentimento il cui intreccio denota i poteri di montaggio del video. Nell’incontro tra pittura e poesia, il movimento del video dal giorno alla notte trasporta i pensieri notturni di Yiadom-Boakye dalla luce al buio e viceversa. Ascoltare la luce della notte è sentire la notte del giorno. È percepire la cerimonia del video che invoca un’adunanza tra l'immortalità della pittura, la morte della poesia e la vita della voce. L’allegoria animata che compare a metà del video conferma l’intento di The Otolith Group di vanificare le aspettative. Nella favola animata tra il Gufo e il Piccione, ispirata alla lettura del testo di Yiadom-Boakye Plans of the Night, il Piccione può essere inteso come l'artefice della propria fine, la vittima del proprio piano.

Il progetto What the Owl Knows è stato commissionato dalla Secessione di Vienna e coprodotto dalla Cooper Gallery Duncan of Jordanstone College of Art and Design, University of Dundee. La mostra organizzata da Fondazione Sandretto Re Rebaudengo è la terza tappa di questo circuito espositivo.


Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Via Modane 16, Torino

giovedì: 20-23 (ingresso gratuito)

da venerdì a domenica: 12-19

fsrr.org

 

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