In occasione di "La vendemmia a
Torino" fino al 10 novembre Palazzo Barolo, insieme
alla Barolo & Castles Foundation, ha messo in mostra una
collezione di trecento etichette storiche per raccontare il rapporto
di Giulia e Carlo Tancredi Falletti con la storia del vino Barolo,
volto allo sviluppo sociale ed economico dei loro territori. La vasta
collezione venne donata dal professor Cesare Baroni Urbani al Comune
di Barolo e al suo WiMu-Museo del Vino. La collezione nel suo insieme
è costituita da 282 mila pezzi unici, rappresenta oltre 100 Paesi
produttori di vino e raccoglie esemplari storici che risalgono alla
fine del Settecento. Oltre 11 mila etichette sono antecedenti il
1950. Tra i pezzi più rari potrete osservare i primi cru di Barolo
indicati in etichetta, risalenti all’Ottocento, oltre a originali
indicazioni ormai in disuso (“Barolino”, “Barolo amaro”), che
denotano l’evoluzione del vino nel gusto e nella mentalità dei
suoi stessi artefici.
Fin al 27 ottobre sarà anche
visibile l’allestimento del servizio di cristalleria e porcellana
di grande rappresentanza della Marchesa Giulia di Barolo, esposto
sulla tavola dei ricevimenti ufficiali. Il servizio venne acquistato
dalla Marchesa presso la Manifattura di Parigi nel 1806 e presenta
una ricca decorazione in oro con palmette in rilievo che ne ornano i
bordi; al centro è ben evidente il monogramma della casata.
BREVE STORIA DEL BAROLO
Le basi tecniche e produttive del vino Barolo risalgono all’Ottocento, quando si cominciò a pensare di impiegare metodi più moderni e razionali per la sua realizzazione. Le uve nebbiolo, di cui il Barolo è composto, iniziarono a essere vinificate in modo da ottenere minore colore e maggiore eleganza di sapore. In questo nuovo contesto assunse particolare rilievo l’opera della famiglia Falletti, Marchesi di Barolo e feudatari della zona di produzione del Barolo e delle altre terre circostanti. La maggior attenzione alle tecniche enologiche, l’inserimento in un’economia più vasta quale quella del Ducato e la fama che cominciò a circondare i vini langaroli (presto riservati anche alla corte sabauda) stimolarono la loro progressiva esportazione.
Si deve al Conte Camillo Benso di Cavour l’impulso alla coltivazione della vite. Ma il Conte non fu solo nella sua opera. La Marchesa Giulia di Barolo, al fine di migliorare la produzione delle sue terre, chiamò i migliori enologi del tempo; in breve tempo, da abile amministratrice, riuscì a creare un vino di eccellenza che non solo portò un netto miglioramento nelle condizioni di vita degli affittuari delle tenute, ma fu mezzo di rappresentazione della qualità del Regno Sabaudo presso le altre Corti e determinò in quel periodo sviluppo sociale ed economico dei propri territori, favorendo attraverso le rendite che permise la sostenibilità dei grandi progetti di innovazione sociale varati con il marito, da lei stessa perseguiti con generosità e determinazione. I valori di sostenibilità e giustizia sociale ed economica sono ancora oggi vitali anche grazie all’Opera Barolo, ente fondato dalla Marchesa allo scopo di dare futuro alla loro visione.

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